E' consigliato parlare con gli sconosciuti ...

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domenica 16 luglio 2017

Fender al posto di fucili e musica come strumento di resistenza: Tinariwen a Villa Arconati




Tinariwen Live @ Villa Arconati, 12 Luglio 2017


I Tinariwen sono decisamente la cosa più rock n'roll in cui ci si possa imbattere nel 2017. 

Con il loro conturbante immaginario sensoriale che, più che un luogo fisico-geografico, è ormai luogo della mente: costretti a lasciare la loro Tessalit, nel nord-est del Mali, hanno inciso gli ultimi tre album nel deserto di Joshua, in California. 

Loro, con la loro formazione aperta: all'appello manca uno dei leader, Ibrahim Ag Alhabib, ma gli altri si suddividono meravigliosamente le responsabilità e il compito di trainare banda e pubblico. 
Loro, con i continui scambi di chitarre acustiche, elettriche e basso: stupore tra il pubblico quando il bassista si trasferisce al centro del palco, affidando il basso ad uno dei compagni ed esibendosi in due pezzi da brivido (uno dei quali, Nannuflay, vedeva su disco un cammeo di nientepopodimenoche Mark Lanegan).





Vi risparmio la spiega su come i Nostri si siano incontrati per la prima volta  - perlomeno, i leader - in un campo di addestramento libico. I Tinariwen nascono infatti nel 1979, mostrandosi nel tempo come uno dei gruppi più longevi e credibili dell'ondata tuareg-rock, che, diciamolo pure, rimane un genere 'di nicchia' (e ne siamo felici ... a quante banalizzazioni potrebbe prestarsi? Meglio non saperlo). Ad ogni modo rimando a questo articolo per un approfondimento, a mio parere necessario per meglio comprendere la visceralità della loro musica.


Un'ora e mezza di rock-blues trascendente, ipnotico, che parte piano - anche nel coinvolgimento del pubblico, che si attarda tra birre e piadine al bar e accorre veloce non appena i Nostri compaiono - per continuare in un crescendo di ritmi suadenti ed elettricità sempre più densa (quando le due elettriche suonano contemporaneamente la band prende letteralmente il volo).




Si conclude con una sorta di rap, ripescato dal primo album, The Radio Tisdas Sessions, che infiamma chi ancora non stava bruciando (personalmente ho preso a bruciare dall'inizio ... e con Assawt sono quasi evaporata ...).

Un gruppo unico e strepitoso che si è concesso generosamente in una cornice, quella di Villa Arconati, davvero speciale.




lunedì 3 luglio 2017

Concerto Versatile



Antonella Ruggiero che tiene un concerto alla Festa di San Defendente a Cassolnovo, pure una delle più sentite qui in LomellinaLand, è un po' come Corrado Augias o Piero Angela che tengono una conferenza all'Ipercoop.

Eppure: pubblico numeroso e attento, lei di una umiltà e di una classe superiori. Ci tiene subito a presentare la band che la accompagna, tra cui spicca Mark Harris (proprio lui!). Brani, pescati dalla carriera solista post-Matia Bazar ma anche più vecchi (da Per un'ora d'amore a Vacanze Romane), tutti elegantemente riarrangiati per questo "Concerto Versatile" (sugli echi dub di Solo tu ho quasi pianto).

Su Antonella che altro dire, che non sia già stato detto nei suoi più di 30 anni di carriera? Che ha commosso nella parentesi dedicata alla sua Genova (due gli omaggi a De Andrè, La canzone dell'amore perduto e Creuza de ma, e uno a Bruno Lauzi, Genova per noi). Che ha stupito per la sua voce da aliena, che è davvero così, come la si sente nei dischi o alla tv, e che può concedersi il lusso di una versione scat di Caravan di Duke Ellington.

Ridondante, forse, ma doveroso precisarlo: Antonella Ruggiero e la sua band hanno suonato ad offerta libera per una splendida ora e mezza. Qui a Vigevano ci teniamo Nek e Biondi. Che tristezza.



sabato 10 giugno 2017

C'è posto per tutti? Sulle relazioni inclusive, con gli altri e con noi stessi

Gael Garcìa Bernal in Mozart In The Jungle (Amazon Video)



C’è posto per tutti alla Junior Orchestra del maestro Rodrigo nella serie tv americana Mozart in the Jungle. I personaggi si scambiano uno sguardo al termine dell’esibizione di una bimba al flauto traverso. Gli orchestrali, americani, domandano con aria incerta al direttore dell’orchestra, messicano, se la piccola abbia superato la prova. Il maestro risponde senza esitazione: “Certo, alla Junior Orchestra c’è posto per tutti”. Primo piano sul suo volto, che tuttavia appare triste e pensieroso: poco prima ha comunicato alla sua amica Hailey di non avere passato il provino dell’orchestra ‘senior’, sebbene sia stata “… bravissima … oh, sai che lo sei stata … ma c’è stato qualcuno più bravo di te”. Il titolo dell’episodio è emblematico: o sei il migliore, o fai schifo. Fortunatamente la serie è intelligente e auto-ironica, e lascia intendere che dietro ad ogni sconfitta si cela una ripartenza e si aprono nuove opportunità.

Il tema è di quelli fondamentali, e si presta a discorsi sociali ed educativi, oltre che relativi alle relazioni ‘umane’ in generale.

Altro esempio, stavolta di ‘vita vera’: mostra di creazioni grafiche a tema letterario in una scuola secondaria della mia città, tappa finale di un percorso laboratoriale che ha coinvolto alunni di terza, quarta e quinta. I ragazzi hanno potuto lavorare in piccoli gruppi, confrontandosi e scambiandosi idee, sotto la guida di alcune insegnanti e dell’ideatore del progetto, un amico che fa il grafico per professione, davvero in gamba. La scelta è stata quella di selezionare, all’interno dei 30/40 lavori prodotti, i dodici più meritevoli, valutati da una giuria competente e con l’idea di realizzarne un calendario. Durante la giornata conclusiva, aperta a famiglie, parenti, amici e alla cittadinanza, la curiosità dei ragazzi era palpabile: i più si guardavano in giro, alcuni si scambiavano battute e sguardi divertiti, altri ancora raccontavano il percorso a parenti e amici. Al momento della proclamazione dei dodici elaborati vincitori, a spiccare per delusione era comunque l’atteggiamento dei familiari: il figlio/nipote/fratello/sorella non era tra i prescelti, avevano “vinto gli altri”; nella migliore delle ipotesi si curiosava in giro e, cosa che mi ha rincuorato, venivano poste alcune domande. Il più dispiaciuto, tuttavia, era il mio amico, che si interrogava sul significato del messaggio arrivato ai ragazzi: la scuola è di per sé un ente valutativo, dunque anche in un’occasione collaterale e creativa come quella veniva emesso una sorta di giudizio. D’altra parte, sembrava giusto premiare chi si era impegnato di più, mostrando maggiore interesse e partecipazione, e chi aveva prodotto le idee più originali (non è detto però che le due cose vadano insieme: l’impegno con la riuscita, l’interesse manifestato con la qualità del lavoro e delle idee create … la delusione può ben essere quella dell’allievo o dell’allieva che si sono entusiasmati ma che non hanno ricevuto il riconoscimento che si attendevano). Ad ogni modo, un crudo principio di “realtà”, più attuale che mai: nella nostra società non pare esserci spazio per tutti.

Come trovare un compromesso tra una logica competitiva - meritocratica, diremmo - ed una inclusiva - c’è posto per tutti, o meglio, per il valore di ciascuno? E’ tutto un talent-show?
Piccola parentesi sul significato del termine “talento”. Il talento riguarda una inclinazione naturale nello svolgere bene una certa attività. Dunque esso pare avere a che fare con una dote “di base”, che si ha la fortuna di possedere o meno dalla nascita e che certamente potrà emergere ed esprimersi attraverso l’impegno e l’esperienza, e grazie al proprio contesto di crescita, che può cogliere e valorizzare determinate capacità a scapito di altre (altra dose di fortuna). Un secondo aspetto messo in luce dalla definizione è che il talento attiene alla sfera del fare. Spesso, tuttavia, quando si assiste ad un talent-show, si ha l’impressione che ad essere giudicata sia la persona in sé e per sé, piuttosto che ciò che sa fare o il modo in cui riesce ad esibirsi in una specifica attività, in uno specifico momento della propria vita, sul palco della trasmissione televisiva tal dei tali. Risulta quindi comprensibile come programmi-vetrina del genere, tipica espressione della società-vetrina in cui viviamo (perlomeno in Europa/Occidente), siano fonte di ambiguità e confusione, oltre che di aspettative narcisistiche di successo e riuscita nei campi cui la società e i modelli di riferimento mediatici attribuiscono valore e importanza.

Il discorso, come è ovvio, diventa ancor più significativo per i giovani, poiché sul piano evolutivo ciò si traduce nella domanda: qual è e come posso trovare il mio posto nel mondo?

Continuando con le suggestioni evocate dal “talent”, può essere utile declinare la riflessione nei termini di un processo di sperimentazione e di scoperta di sé nel/del mondo, di ciò che piace, di ciò che si desidera fare, dei propri sogni, delle proprie attitudini.


Zygmunt Bauman


Mi torna alla mente un saggio del grande sociologo recentemente scomparso Zygmunt Bauman, “Intervista sull’identità” (2003). Messo alle strette dall’intervistatore, Benedetto Vecchi, che gli pone una domanda sul concetto di identità nell’epoca della globalizzazione, Bauman rigetta la metafora proposta del puzzle (che implica una ricerca dell’incastro corretto tra una serie di pezzi predefiniti in vista della costruzione di un’immagine che si conosce in anticipo) e offre invece quella del bricoleur, che “crea ogni sorta di cose col materiale a disposizione” (pag. 57). Sul concetto di identità come continua ricerca e costruzione il cui esito – se poi ha senso parlare di esito, come fosse un risultato e non un processo – ci risulta inconoscibile a priori, possiamo essere d’accordo, in maniera più o meno post-moderna. Ma l’aspetto a mio modo di vedere più interessante è il non concepire la progettualità in senso strumentale – quali mezzi per certi fini pre-determinati – quanto in senso finale: quali obiettivi appaiono possibili in base alle attitudini, alle capacità individuali, alle opportunità del contesto. E aggiungerei: sulla scorta di sogni e desideri personali, di ciò che ci piace, carburante quanto mai prezioso, se non essenziale.

In tal modo l’accento si viene a porre sul ‘cosa desidero con tutto me stesso, cosa voglio davvero’, e solo in seconda battuta sul ‘come faccio ad ottenerlo’. Il che è quantomeno un buon punto da cui partire, perché sollecita a riflettere non dando per scontati traguardi pseudo-desiderati o socialmente appetibili, in un atteggiamento di dialogo aperto e onesto con noi stessi, coi nostri valori, con ciò che davvero vorremmo realizzare e che sentiamo come importante. Il giornalista Gabriele Romagnoli (2015) ha utilizzato l’efficacissima metafora del bagaglio a mano: l’esperienza, oltre che aggiungere, insegna a togliere, a ridurre all’essenziale, a sfruttare lo spazio disponibile in modo creativo, accogliendo i limiti come un vantaggio e non come un ostacolo, costringendo a identificare quel che realmente si desidera portare con sé.


Lola Kirke in Mozart In The Jungle (Amazon Video)



Dopotutto, c’è speranza per Hailey, il personaggio di Mozart in the Jungle citato all’inizio. L’inquadratura fa capire che non si arrenderà, e che l’essere esclusa da un contesto libererà energie per re-inventarsi in nuovi scenari. E’ il concetto di “natalità”, così ben illustrato da Hannah Arendt: “la natalità è un permanente invito a ricordare che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare”.

E i ragazzi delusi del mio amico? Probabilmente, come detto, il più dispiaciuto era proprio lui. Magari qualcuno di loro, indipendentemente dal verdetto, ha avuto la fortuna di scoprire una vocazione, o comunque – cosa non meno importante – di iniziare a familiarizzare con una passione, con un nuovo canale per dare forma ed espressione alla propria creatività. Ma c’è di più: ogni nuova esperienza ci rimanda un’immagine inedita di noi stessi, e di “noi stessi in relazione con”. Permette di creare, in maniera non sempre e non immediatamente consapevole, nuove connessioni, aperture, relazioni, e ciò è reso possibile dal carattere dialogico e interattivo dell’attività proposta: le idee nascono ‘dal basso’, in questo caso dallo scambio e dal confronto costruttivo all’interno del gruppo dei pari.

Se all’opposto guardiamo il mondo con gli occhiali forniti dalla società-vetrina, che mirano al successo, alla fama, alla gratificazione immediata e all’identificazione di ciò che è l’ultima tendenza in fatto di apparire, allora la logica competitiva, del gioco a somma zero, dei vincenti/perdenti, ci appare come l’unica plausibile e dotata di senso.


Gregory Bateson



Nel 1942 l’antropologo Gregory Bateson scriveva, a conclusione del saggio intitolato “Pianificazione sociale e deutero-apprendimento”:

Se il balinese può essere mantenuto occupato e felice da una paura senza nome e senza forma, fuori dello spazio e dal tempo, noi potremmo bene essere tenuti all’erta da una speranza di enormi raggiungimenti senza nome, forma e luogo. Perché una tale speranza sia efficace non è certo necessario che il suo oggetto sia chiaramente definito. E’ solo necessario essere sicuri che ad ogni momento il successo può trovarsi appena svoltato l’angolo e, vero o falso che sia, questo non potrà mai essere deciso. Ci incombe di diventare come quei pochi scienziati e artisti che lavorano sotto la spinta di questa urgenza ispiratrice, l’urgenza che nasce dal sentire che la grande scoperta, la risposta a tutti i nostri problemi, oppure la grande creazione, il sonetto perfetto, sono sempre appena fuori della nostra portata, o come una madre che sente che c’è vera speranza, purché vi si impegni costantemente, che il suo bambino diventi quel fenomeno infinitamente raro: una persona felice e grande”.

Ecco, in quest’ottica il successo è la felicità intrinseca al fare, allo svolgere una cosa con passione e dedizione – con amore materno direi – sotto la spinta di quella forma di speranza e fiducia che Bateson chiama poeticamente “urgenza ispiratrice”.

L’inclusività diventa allora un modo di relazionarci con noi stessi e con gli altri, un atteggiamento di dialogo aperto e rispettoso che sollecita al confronto, al riconoscimento dell’Altro come dotato, di per sé, di un valore che gli deriva dall’essere impegnato – anche se spesso non lo sa – in questo lavoro, faticoso ma indispensabile e inevitabile, di continua ricerca, scoperta e creazione.

C’è posto per tutti si trasforma così, più opportunamente, in spazio al  valore di ciascuno.



BIBLIOGRAFIA/SITOGRAFIA:

Hannah Arendt "Sulla violenza" (Guanda)

Gregory Bateson "Pianificazione sociale e deutero-apprendimento" (da "Verso un'ecologia della mente", Adelphi)

Zygmunt Bauman "Intervista sull'identità" (Laterza)

Gabriele Romagnoli "Solo Bagaglio a Mano" (Feltrinelli)


Mozart In The Jungle ("O sei il migliore o fai schifo!", terza stagione, Amazon Video)

venerdì 12 maggio 2017

Shades of Blue



Le blue notes sono note particolari che si trovano nel jazz e nel blues. Si tratta di note abbassate di un semitono, cioè suonate o cantate in maniera calante. Gli europei le battezzarono blue notes, cioè note tristi, per dare un nome al senso di nostalgia e straniamento che colpiva l'ascoltatore. Musiche così malinconiche, sospese, cariche di possibilità: concepite non nelle provette dei salotti ma a partire dallo sporco, dal sudore, dalle lacrime e dalla voglia di redenzione di un intero popolo, prima eradicato, poi venduto e schiavizzato, infine segregato.

Moonlight inizia sulle note della canzone di Boris Gardiner, "Every Nigger Is A Star", un pezzo soul. Il primo 'white man' in Moonlight lo si vede, messaggio chiarissimo, verso la fine e fa la comparsa in un ristorante. 

Tuttavia Moonlight è un film universale come pochi. 
Violento come pochi. Delicato come pochi.

Le vicende narrate potrebbero rappresentare fatti e storie che avvengono ovunque: la violenza persecutoria del gruppo nei confronti del membro fragile/diverso, il tema dell'identità, della scelta, dell'affettività possibile in un contesto dove predominano il machismo, l'omofobia e l'enfasi sulla dimensione fisico-aggressiva come modalità comunicativa e di inclusione/esclusione. 
Al contempo è un'opera estremamente radicata in un contesto storico e socio-culturale, parabola triste e poetica di un negletto tra i negletti.
Ambientato a Liberty City, periferia nord di Miami popolata per la quasi totalità da afroamericani e da immigrati di origine ispanica, con tassi di criminalità altissimi, Moonlight parla il linguaggio degli esclusi, dei non visti, di coloro che devono prima scendere all'inferno per poi, forse, trovare un'opportunità di riscatto e salvezza. A quale prezzo e con quali sacrifici sono il conto faustiano da aspettarsi in cambio.





Blue songs are like tattoos
You know I've been to sea before
Crown and anchor me
Or let me sail away


Sceglimi, ancorami, o lasciami andare via sulle onde del mare.

"Alla luce della luna i neri sembrano blu", dice Juan al piccolo Chiron, poco prima di battezzarlo nelle acque dell'oceano e di farlo simbolicamente (ri)nascere. Il dono della vita insito nel gesto di qualcuno che, per la prima volta, 'ci vede'.





La luce della luna mette in risalto le sfumature: cadono maschere, ci si sente nudi e onesti. Senza paura di mostrarsi nelle proprie intime fragilità.

Blue here is a shell for you
Inside you'll hear a sigh
A foggy lullaby
There is your song from me

Blue, eccoti il riparo di una conchiglia, dentro vi ascolterai un sospiro, una ninnananna caliginosa: la mia canzone per te. 

Blue di Joni Mitchell pare scritta apposta per seguire le tappe di questa educazione sentimentale.

Quali alternative, quali sentieri di crescita possibili in un mondo dove il maschile non sembra conoscere linguaggio altro se non quello dell'ostentazione distruttiva della legge del più forte, un maschile terrorizzato anche dalla sola idea di tenerezza, e che quand'anche conosca un linguaggio affettivo finisce per sporcarsi e per contraddirsi (Juan, un 'deviante' come miglior modello di riferimento disponibile)? Un mondo dove il femminile-materno non ne esce granché meglio, con una madre tossicodipendente e maltrattante ed un'altra figura, più positiva, che tuttavia non può accudire e proteggere sino in fondo (Teresa).


Che persona voglio diventare?, sembra più volte chiedersi Chiron, in quei primi piani profondamente espressivi e dolenti di lui che si guarda allo specchio e vede un ragazzino perdente e perduto: naso rotto, sanguinante, volto che è un campo di battaglia di ferite, anche emotive, soprattutto emotive. La vergogna che si tramuta in rabbia, in quello che è lo snodo decisionale della storia.





Hey Blue, here is a song for you
Ink on a pin
Underneath the skin
An empty space to fill in
Well there're so many sinking now
You've got to keep thinking
You can make it thru these waves
Acid, booze, and ass
Needles, guns, and grass
Lots of laughs lots of laughs
Everybody's saying that hell's the hippest way to go
Well I don't think so
But I'm gonna take a look around it though
Blue I love you


Hey Blue, ecco una canzone per te. Inchiostro su di un ago, sotto la pelle. Un vuoto da riempire. Tante, tante volte la sensazione di affondare, ma tu devi pensare che puoi farcela in mezzo a queste onde. Acido, alcool, sesso, aghi, pistole, erba, ma anche un sacco di risate. Tutti dicono che l'inferno è il posto più alla moda dove andare, beh io non ci credo, ma darò un'occhiata.
Blue, io ti amo.


Per fortuna, come nel jazz e nel blues le note blu aprono spazi di poesia in cui perdersi, respirare e ritrovarsi, anche Chiron si ricorda a un certo punto di essere, dopotutto, un centauro: corpo di animale ma cuore di uomo, che batte, e non si è ancora annerito del tutto. 
Scopre, grazie allo sguardo di Kevin e al ricordo di una notte che si è impressa come un tatuaggio sulla sua pelle, di avere ancora (di avere sempre avuto?) il cuore blu.





Se, in qualunque notte, le stelle scintillavano più del solito, voleva dire che gli angeli in cielo eran felici e svolazzavano sui pavimenti del paradiso, non essendo le stelle altro che fori per ventilare il paradiso, lo scintillio era prodotto dagli angeli che passavano e ripassavano sui fori per i quali l'aria entrava nella santa dimora di Dio.

-- "Ragazzo negro", Richard Wright

mercoledì 12 aprile 2017

Jazz Tracks


tratta da

Washington Suite
(Asha Recording, 1970)

The Lloyd McNeill Quartet

sabato 18 marzo 2017

Savane


Ali Farka Touré - Savane 

(World Circuit, 2006)


Tenete conto che, per me, la discografia di Ali Farka Touré (sempre sia lodato, e mai comunque abbastanza) si aggira mediamente tra il 9 e il 10. Di certo le ultime uscite, insieme a Toumani Diabaté (In The Heart Of The Moon e Ali & Toumani), entrambe di una grazia inaudita, rappresentano due tasselli imprescindibili dell'arte del Nostro. Ma ho l'impressione che l'ultima incisione in studio a nome Ali Farka Touré, Savane (2006), sia passata quasi inosservata, un poco in sordina. Invece, riascoltandolo a più di dieci anni di distanza, si (ri)scopre un album di bellezza incredibile. 
La title track è uno dei blues più intensi che abbia mai interpretato. Soya è un brano Mande gioioso e incontenibile; Machengoidi è invece la versione originaria del pezzo poi riproposto in versione acustica con Toumani. E poi qua e là spruzzate di sax e voci della sua gente (N'Jarou): quanto splendore.

Fa male al cuore pensare che Ali ci abbia lasciati poco dopo le sessions dedicate a Savane. Ma c'è da sentirsi fortunati sapendo che Ali is here, comunque.






lunedì 13 marzo 2017

Il Principe Planetario



Altra gemma perduta del precedente, ricco 2016 è Planetary Prince del pianista Cameron Graves, nome caldo della scena jazz di Los Angeles, già nella band di Kamasi Washington (che presta qui il suo sax tenore insieme, tra gli altri, ai sodali Thundercat al basso, Ronald Bruner Jr. alla batteria).

Grasso che cola, forse troppo, dai virtuosismi di mr. Graves: gli scenari dipinti, nella loro opulenza, sono ricchi e cangianti, l'affiatamento tra i musicisti evidente.

Roba buona, ad ogni modo.




Cameron Graves: piano; 
Kamasi Washington: sax (tenore); 
Ryan Porter: trombone; 
Philip Dizack: tromba; 
Hadrien Faraud: basso; 
Stephen "Thundercat" Bruner: basso; 
Ronald Bruner Jr.: batteria.

domenica 12 febbraio 2017

Non è mai troppo tardi

Josef Leimberg
Astral Progressions (World Galaxy Records, 2016)
Se vi è piaciuto il soul-jazz di Kamasi Washington nel 2015, allora Astral Progressions del trombettista Josef Leimberg è il disco che fa per voi: titolo e immagine di copertina sono già indicativi di quanto troverete all'interno. Più spostato verso sonorità nu-soul rispetto a Kamasi (che peraltro suona in un paio di pezzi), ma si tratta di materiale di ottimo livello. Peccato averlo scoperto in seguito, avrebbe potuto stare tranquillamente in top 10.



Amadou Binta Konté & Tidiane Thiam
Waande Kadde (sahelsounds, 2016)
Qui siamo in territorio sahelsounds. Amadou Binta fa il pescatore nella vita, ma suona splendidamente l'hoddu, una sorta di liuto costruito con legno e pelle di pecora o capra, tipico dell'Africa Occidentale (e simile per tipologia allo ngoni suonato da Bassekou Kouyate, che però lo utilizza per lo più elettrificato). Tidiane Thiam è invece un chitarrista, che solitamente suona coi Lewlewal de Podor.
Il disco è frutto d alcune sessions improvvisate tra i due musicisti, e registrato nell'omonimo villaggio (Waande Kadde), nell'estremo nord del Senegal. Che dire, non mi stancherò mai di musica come questa.


Fawda Trio feat. SwamiMillion
Road To Essaouira (Original Cultures, 2016)

Lietissima scoperta, grazie all'amico Borguez!
Fawda Trio è un gruppo di Bologna che, insieme ai londinesi Swamimillion, ha compiuto un paio di anni fa un viaggio - letterale ed artistico - alla scoperta della musica gnawa, originaria del Marocco (nello specifico la splendida città atlantica di Essaouira), e suonata tradizionalmente come trance-music da accompagnarsi a riti e cerimonie di stampo mistico-religioso.
Road To Essaouira, in cui compare anche lo storico musicista gnawa Maleem Soudani, è una rielaborazione credibile e audace di tale patrimonio, filtrata attraverso i linguaggi dell'hip-hop, del jazz e dell'elettronica, che propone alcune reinterpretazioni oltre che alcuni brani originali.
Una validissima alternativa alla sfiancante settimana sanremese.


lunedì 16 gennaio 2017

No need for a stairway ...





Se il Paradiso esiste credo che abbia questo suono. Quattro album dal 1995 al 2004. Indimenticabili.

Ripresi in mano qualche giorno fa, non riesco più a rimetterli sullo scaffale.