E' consigliato parlare con gli sconosciuti ...

E' consigliato parlare con gli sconosciuti ...

lunedì 1 agosto 2016

The Clown



Charles Mingus

Haitian Fight Song

tratta da "The Clown"
(Atlantic Records, 1957)


Charles Mingus: contrabbasso
Shafi Hadi: sax alto e sax tenore
Jimmy Knepper: trombone
Wade Legge: pianoforte
Dannie Richmond: batteria
Jean Shepherd: narratore (The Clown)

lunedì 25 luglio 2016

Moscablu



Cyro Baptista

Bluefly
(Tzadik, 2016)



Personnel:
Cyro Baptista: Percussion, Vocals 
Tim Keiper: Kamel Ngoni, Drum Set 
Ira Coleman: Bass 
Vincent Segal: Cello 

Featuring
Romero Lubambo: Guitar 
Brian Marsella: Shahi Baaja, Andes #25F, Fender Rhodes 
Ikue Mori: Laptop 
Amir Ziv: Drums 
Mark Ari: Samples 
Justin Bias: Samples 
Kevin Breit: Mandolin Orchestra 
Cabello: Percussion 
Felipe Calderon: Samples 
Andy Caploe: Samples 
Alessandro Ciari: Samples 
Cadu Costa: Guitar, Clarinet 
Chikako Iwahori: Surdo 
Franca Landau: Samples 
Zé Maurício: Surdo 
Marcelo Paganini: Samples 
Max Pollak: Surdo 
Steve Sandberg: Samples 
Leni Stern
Gene Torres: Samples 





Una meraviglia totale. Pare la versione aggiornata al 2016 di Baden Powell e Vinicius, per lo più strumentale e a tratti elettrificata.

Magico e misterioso come poche cose ascoltate quest'anno: Bluefly del percussionista brasiliano, peraltro veterano, Cyro Baptista.

Consigliatissimo.


martedì 12 luglio 2016

Rivelazioni mistiche dei figli del Negus


Sons Of Negus

A Psalm Of Praises To The Most High 1967-1972

(Dub Store Records, 2016)



Registrazione di qualità non eccelsa, ma ragazzi, che compilation. 
I Sons Of Negus di Ras Michael/Dadawah (all'anagrafe Michael George Henry, classe 1943) sono stati un gruppo di vocalist e percussionisti giamaicani appartenenti alla Comunità Rastafariana, attivi a partire dalla metà degli anni '60.

Se vi piacciono Count Ossie, Tommy McCook, Cedric Brooks e tutti quegli artisti che dalla Jamaica hanno tracciato un cammino spirituale/esistenziale, ancor prima che musicale, dai Caraibi alle mitiche origine etiopi del Rastafarianesimo, allora probabilmente non starete nemmeno finendo di leggere la frase, già diretti verso il vostro spacciatore di fiducia.

Lion Of Judah, Time Is Drawing High, Ethiopian National Anthem ... potrei citarli tutti. Autentiche meraviglie vocali su un tappeto ipnotico di percussioni in grado di lenire ogni male.

Consigliati anche 
(almeno i primi due autentici capolavori):







sabato 2 luglio 2016

Caribbean Renaissance

Facciamo un gioco: quanti vinili riconoscete?


Era dai tempi del magnifico Rubber Orchestras (2011) che non scrivevo di Anthony. Ahh, le glorie dell'auto-citazione.

Possiedo poche certezze. Una di queste è che Anthony Joseph incarna una delle rare figure attuali in grado di tenere insieme identità e appartenenze, musicali e non, differenti, spesso anche in conflitto tra loro.

E, nelle tragiche condizioni socio-politiche in cui versiamo (per non dire semplicemente umane), ciò è un esempio quanto mai prezioso di come il riflettere su e il riscrivere la propria storia, oltre che possibili forme d'arte, siano un antidoto al riduzionismo e alle banalizzazioni, comuni ma perverse risposte umane al dubbio, alla paura e a ciò che non si riesce a comprendere.





Anthony Joseph, poeta-scrittore-musicista, classe 1966, nato a Port of Spain (Trinidad & Tobago), vive dal 1989 in Inghilterra. Cresciuto dai nonni, inizia a scrivere giovanissimo, e nelle frequentazioni familiari presso la Chiesa Battista entra in contatto con spirituals e sermoni impregnati dei natii ritmi caraibici. Una sorta di processo di ri-apprendimento e di ri-appropriazione, in un contesto estraneo e lontano, delle proprie origini, come persone e come popolo, compiuto attraverso riti e rituali comunitari.

In questo 2016 funestato di notizie di attentati e di barconi affondati nel Mediterraneo, Anthony vuole dire la sua sul mondo, cercando - trasmutazione alchemica resa possibile, appunto, dall'arte - di rendere soggetto ciò che, visto attraverso lo sguardo dei media e conosciuto tramite internet e i social network, viene per lo più trattato come oggetto.

E lo fa (ri)partendo dalle proprie origini. 





Caribbean Roots (Heavenly Sweetness, 2016) è un disco che già dalla copertina presenta uno scenario ben poco da cartolina: una pittura surrealista/espressionista che raffigura un paesaggio urbano dis-umano (privo di presenze umane), in cui si aggirano due figure diaboliche, con tanto di ali, corna e forcone.

Le influenze caraibiche, mento-calypso-etc, in realtà innervano tutta la musica di Anthony Joseph, a partire dal primo album con la Spasm Band, nella sua carriera solista e nei contributi per altri progetti (i nostrani, ottimi Mop Mop).

Non resta che ascoltare e lasciarsi andare sull'onda sinuosa dei ritmi intessuti da Anthony e da una band fenomenale, con un orecchio attento alle liriche. Our History parla, sì, della storia del popolo di Trinidad: di resistenza, talvolta anche violenta, al colonialismo. Si tratta di una storia sempre ridondante, che si ripete a livello di dinamiche e di eventi, che pur nella specificità delle singole storie locali sembra avvitarsi su stessa in un processo in cui, apparentemente, non riusciamo ad apprendere dai nostri errori. Un processo in cui, per sfuggire ai diavoli della copertina, l'unica soluzione per non soccombere sembra essere quella della fuga.

Noi che possiamo permetterci di non fuggire allora potremmo, come minimo, cercare di lottare, almeno nel nostro piccolo. E in ciò la musica e l'arte ci vengono sempre in aiuto.


sabato 11 giugno 2016

Fire Spirits



Ho scommesso con degli amici sulla tenuta del pubblico, in termini di durata.

Pubblico, a dire il vero, molto numeroso, composto dal consueto popolo 'indie' (t-shirts di Mombu, Zu, Neu, The Thing, Sun Ra, etc.) ma anche da ignari spettatori - molti dei quali anche coraggiosi anziani - che molto probabilmente non avrebbero mai associato la parola 'orchestra' al rituale tellurico e sorprendente al quale hanno invece assistito.

I Fire! Orchestra hanno fatto scuotere gambe, cuori e mura, mescolando i linguaggi del free-jazz, del rumorismo, del rock/post-punk e del blues. Disposti a semicerchio (ma dalle immagini vedo che hanno un assetto variabile), ugualmente rappresentati da uomini e donne, i Fire! sono una bocca da fuoco di sax tenori, trombe, tromboni, due chitarre elettriche, due batterie, percussioni, contrabbasso, tastiera con effetti elettronici, e due vocalist - di cui una soprano - che paiono due folletti, una bianca e una nera, yin e yang. 
Nel mezzo lui, il nordico folle: Mats Gustafsson, preso a torturare il suo sax e a dirigere, in modo magnificamente teatrale, con una gestualità che coinvolge tutto il corpo, la sua orchestra. Una trasfigurazione del classico direttore d'orchestra, che si sporca le mani insieme ai suoi compagni e li coinvolge, più che dirige.

Un'oretta di concerto, riproposizione integrale dell'ultimo album, Ritual (Rune Grammofon, 2016), più un bis. Ne avremmo voluto ancora, ma tant'é.





Un ennesimo plauso ad una manifestazione che ha coinvolto nel corso degli anni, ormai una decina abbondante, una serie di musicisti e band interessantissimi, da nomi di spicco a proposte meno conosciute o di nicchia. 
La parola chiave è, a mio avviso, apertura
Sul piano musicale: il jazz si presta a molteplici contaminazioni e connotazioni a livello di significato; quindi porte spalancate ai ritmi di varie latitudini, dance, ethio-jazz, soul, afro-funk e afrobeat. 
Ma anche apertura a livello geografico: Novara Jazz si è gradualmente distribuito nel territorio di città e provincia, coinvolgendo piccoli paesi e agriturismi (Rob Mazurek che suona Tornaco!!!).

Per la cronaca: la quasi totalità del pubblico è rimasta sino alla fine. Al lordo di facce perplesse e spaventate.

Viva la bellezza e viva lo stupore.
Viva Mats Gustafsson e la sua orchestra. 
Viva il jazz. Viva il rock.



Purtroppo non ho ancora scaricato i filmati dal cellulare, quindi beccatevi questa clip dello scorso anno ;-)


N.B.: per chi passa da Novara stasera: concerto dei Melt Yourself Down ore 21.30, Broletto!

domenica 5 giugno 2016

Il grande plof



Ovvero: come organizzare un evento mediocre spendendo di più, e quindi male.

Parto dal principio. A Vigevano, se non grazie ad agenzie esterne (vedi Barley Arts, che organizzò per 3-4 anni concerti estivi nel cortile del Castello Sforzesco), non si respira molta musica, ad eccezione di band locali di ragazzi ormai non più così ragazzini (i migliori: Vinaccia Ensemble, mitici).

E' stato dunque con piacere e con un pizzico di orgoglio autoctono che accolsi, due anni fa, la nascita di un festival - a dir la verità una manciata di serate, una alla settimana - che faceva del jazz la sua bandiera, il suo motore propulsivo e di aggregazione. Una piccola manifestazione, 'piccola' soltanto nel suo essere sobria: come spesso accade, dietro all'apparente tono minore si celavano nomi interessantissimi, per lo più giovani (Luca Dell'Anna Trio, Chicago Stompers) e fuoriclasse di cui andare fieri anche all'estero (il pianista vigevanese Rossano Sportiello, che ha incantato con una leggerezza ed una umiltà proprie dei grandi un'afosa serata di due anni fa). Dulcis in fundo, il piccolo grande orgoglio locale: il pianista vigevanese e direttore artistico Tazio Forte, che ha prestato il proprio talento in varie formazioni, presenza essenziale e mai ingombrante.

Ora, il jazz è una parte di me, del mio percorso e della mia identità, del modo con il quale mi rapporto al mondo (non solo: è un forziere di metafore che mi è utile, spesso, anche nel mio lavoro).

Della parola jazz si abusa spesso, nel gergo comune ma anche nel mondo dei cosiddetti addetti ai lavori. Come qualsiasi categoria, si rivela alla lunga riduttiva e inefficace nel cogliere la complessità delle cose nel loro dispiegarsi. Jazz diventa così tutto e niente. Per alcuni diviene un bel parolone con cui pavoneggiarsi (Io ascolto jazzzzz); per altri è sinonimo di una parolaccia o di un morbo contagioso col quale è auspicabile avere il meno a che fare (No per carità, a me il jazz proprio non piace, mi annoia da morire ...).

Il jazz è così tante cose, molte delle quali impreviste ed emergenti in una data situazione, che sorrido con un poco di amarezza quando mi imbatto in 'pareri' del genere. Più che una musica, dopo tanto studio e letture, oltre che miriadi di ascolti, mi sono fatta l'idea che si tratti di un approccio alla musica, al suonare insieme. Che, almeno tanto quanto il risultato (talvolta addirittura di più), nel jazz conti il processo: ovvero il come questa musica viene a generarsi nell'interazione tra i musicisti in quell'attimo irripetibile, vuoi anche grazie alla tecnica, all'esperienza e al talento di ciascuno. E grazie alla partecipazione del pubblico, perché no.

Ma torniamo al punto di partenza. Vigevano Jazz. Edizioni 2014 e 2015 organizzate grazie al supporto della Fondazione Piacenza e Vigevano, e con il contributo - in termini concreti, come performers, e di direzione artistica - di alcuni giovani musicisti vigevanesi e della zona (uno su tutti: il già citato e bravissimo Tazio Forte). 
L'edizione di quest'anno (che le autorità presenti hanno annunciato come "la prima", dando sfoggio della consueta memoria corta dei politici ... ), supportata oltre che dalla Fondazione anche da Banca Generali, si è da subito presentata con significative differenze: tre settimane, con tre appuntamenti per ciascuna (di cui uno sul genere 'aperijazz+conferenza'). Bello, viene da dire, difatti accolgo con entusiasmo: la prima serata - nonostante il freddo e il pubblico scarso - è fantastica (Antonio Vivenzio Trio, giovane trio composto dal pianista/compositore Antonio Vivenzio, dal contrabbassista Claudio Ottaviano e dal batterista Filippo Sala).
Il concerto successivo (le musiche composte per i film di Eriprando Visconti, suonate dalla big band del musicista della zona Gabriele Comeglio più un quartetto d'archi dell'Istituto Costa di Vigevano) è troppo modern classical per i miei gusti. Ma appunto: de gustibus. Si trattava comunque di una proposta interessante, poiché i brani erano presentati - a detta del diretùr Comeglio - in una veste inedita. 

Peccato che quella che era stata preannunciata come una manifestazione che intendeva dare spazio a giovani musicisti la settimana successiva tradisce i proclama iniziali. Si trasforma in quello che sembra a tutti gli effetti un 'Comeglio Family Festival' (papà Gabriele e sua figlia, cantante, Caterina), con nomi di spicco (il sassofonista jazz-funk Pee Wee Ellis, il grande Gianluigi Trovesi) inseriti nel programma come specchietti per le allodole. Sempre bello vederli e sentirli all'opera, ma dell'ennesima serata con la Comeglio Big Band - peraltro composta da ottimi musicisti, per lo più turnisti rodati alle prese con la cinquemilionesima riproposizione di standard o, quando va bene, di pezzi funk - avrei fatto volentieri a meno. 

Ripeto: de gustibus. Personalmente preferisco poche cose, ma pensate e fatte bene, con l'umile consapevolezza dei propri limiti e delle proprie risorse, senza illusioni e giochetti di parole. 
Purtroppo mi sono persa alcune serate (gli aperijazz pre-conferenza e il concerto di Gianluca Di Ienno, che promettevano bene). 
Il mio non vuole essere dunque un giudizio quanto lo sfogo di una delusione: per un'occasione parzialmente sprecata. Anche perché il nuovo contesto (cortile della Cavallerizza del Castello) si è rivelato perfetto come cornice e per l'acustica, nonostante il clima ancora fresco.

Speriamo in un ritorno all'antica.

venerdì 3 giugno 2016

giovedì 2 giugno 2016

NuModern Jazz


Robert Glasper

Barangrill


tratto da

"Covered (The Robert Glasper Trio Recorded Live at Capitol Studios)"

(Blue Note, 2016)


Robert Glasper - pianoforte

Damion Reid - batteria

Vicente Archer - contrabbasso


“I didn’t want to go back to trio and just play a bunch of standards or original jazz compositions, because then I would lose the big fan base I just built from mainstream R&B,” Glasper explains. “So I decided on a happy medium, returning to the piano trio but doing cover songs, which is something that I’ve never done before. It’s something that can feed the appetites of both my R&B/hip-hop audience and my jazz audience at the same time.” -- Robert Glasper



mercoledì 1 giugno 2016

Streams of consciousness


Max Roach & Abdullah Ibrahim

Streams Of Consciousness



Max Roach - batteria

Abdullah Ibrahim - pianoforte


Baystate 1977/Piadrum Records 2003)